Il processo di Mastrogiovanni

I CAMICI DELLA VERGOGNA

Con la sentenza di condanna di tutti i medici responsabili della morte di Francesco Mastrogiovanni anche il Tribunale di Vallo della Lucania ha affermato, in nome della civiltà e dell’umanità, che la contenzione non è un atto terapeutico, né un atto medico e neppure legale. Da oggi i pazienti contenuti negli ospedali, negli ospizi e nelle case di cura possono chiedere e ottenere di essere slegati. Anche i direttori sanitari dovrebbero assumere la consapevolezza che contenere i ricoverati è un reato grave!

L’ultima udienza

Dopo 36 udienze, alle ore 18,30 di martedì 30 ottobre 2012, il Presidente del Tribunale di Vallo della Lucania, Dr.ssa Elisabetta Garzo, di fronte ad un folto pubblico, ha letto il dispositivo della sentenza: “In nome del popolo italiano i sei medici, processati per la contenzione e per la conseguente morte di Francesco Mastrogiovanni, in base agli art. 533 e 535 c.p.p., riconosciute le attenuanti generiche, vengono condannati a pene variabili da due a quattro anni di reclusione per i reati di falso, sequestro di persona e morte come atto conseguente ad altro reato”.

Sei condanne e dodici assoluzioni

Il primario Michele Di Genio è stato condannato alla pena complessiva di tre anni e sei mesi di reclusione. Rocco Barone, che dispose la contenzione di Franco, senza annotarla nella cartella clinica, dando inizio al sequestro di Franco ed alla privazione delle più elementari libertà è stato condannato a quattro anni. Stessa pena per Raffaele Basso. Tre anni sono stati inflitti ad Amerigo Mazza, il medico che nei suoi turni non ha mai visitato Franco e ha impedito alla nipote, Grazia Serra, di visitare lo zio affermando che lo avrebbe disturbato e che stava bene; tre anni alla dott.ssa Anna Angela Ruberto, che era di turno la notte del 3 agosto 2009 durante la quale per edema polmonare il cuore di Mastrogiovanni cessò di battere e si accorse del decesso sei ore dopo. Al Dott. Michele Della Pepa, che ha fatto un solo turno durante la prima notte di degenza di Mastrogiovanni per poi andare in ferie, è stato condannato a due anni di reclusione, con sospensione della pena. Tutti i medici, tranne Della Pepa, sono stati interdetti dai pubblici uffici per 5 anni. Rispetto alle richieste del PM, Dr. Renato Martuscelli, pronunziate nell’udienza del 2 ottobre, è stata ridotta la pena del primario, ma sono state aumentate tutte le altre pene. Tutti i dodici infermieri, per sette dei quali il PM aveva chiesto una condanna a due anni di reclusione, sono stati assolti. Questo, per noi, è il punto debole della sentenza ma aspettiamo di leggere le motivazioni per capire. In ogni caso, qualunque sia la motivazione, il dato oggettivo su cui riflettere è che su dodici infermieri nessuno si è sentito in dovere di intervenire per far cessare le sofferenze e le torture. Si è trattato solo di ubbidienza cieca all’autorità medica? Nel triangolo delle atrocità, nel quale è stato ristretto per oltre 82 ore Francesco Mastrogiovanni, ognuno ha avuto un ruolo ben preciso. Come di vede nel “video dell’orrore” i medici non si sono comportati come tali, la vittima è stata completamente abbandonata al suo triste destino e gli infermieri hanno agito da testimoni non soccorritori depositari di una conoscenza dolorosa alla quale non hanno saputo porre fine.

Le mancate cure

E’ stato molto triste per il pubblico presente alle 36 udienze che si sono tenute in oltre due anni di processo, guardando il video, dover constatare i numerosi atti di resa consumati, dalla istituzione sanitaria di Vallo della Lucania, nei quattro giorni di passione di Francesco Mastrogiovanni. Medici incapaci di stabilire un seppur minimo rapporto umanamente accettabile con i pazienti contenuti in quelle stanze nelle quali la “cura delle parole”, tanto cara a Freud, è stata sostituita dalla contenzione fisica che si è trasformata presto in tortura, incuria, indifferenza, abbandono. Contro qualsiasi logica e protocollo medico, come scritto nella relazione tecnica, datata 20 maggio 2010, dalla Dott.ssa Agnesina Pozzi (primo consulente medico della famiglia Mastrogiovanni), a Franco non sono stati effettuati gli esami ematochimici generali all’atto del ricovero, solo il 3 agosto, alle ore 9,55 i risultati erano effettivamente disponibili. Dalla lettura degli stessi si evince che il paziente era affetto da epatite C (non sapendolo alcuni dipendenti hanno operato a mani nude), aveva i globuli bianchi a 12.000, sangue e leucociti nelle urine (infezione delle vie urinarie); i valori dell’acido urico, GOT, GPT, LDH, Creatinchinasi, TSH, PCR, fattore reumatoide, Fosforo, Ferro erano TUTTI ALTERATI. Questo dato è molto importante anche ai fini della discussione circa le ipotetiche cause del decesso del paziente. Comunque è bene sottolineare che non vi è alcuna annotazione in merito nella cartella clinica, né risultano richieste di consulenze mediche.

Spese e risarcimenti

Il tribunale di Vallo ha condannato i medici e il Direttore Generale dell’ASL Salerno 3 al pagamento delle spese legali e al risarcimento quantizzato in quattromila euro ciascuno da devolvere ai familiari di Francesco Mastrogiovanni (la madre, un fratello e tre sorelle) e tremila euro alle parti civili e alle Associazioni che si sono costituite (Telefono Viola, Unasam, Iniziativa Antipsichiatria, Avvocati senza frontiere Movimento per la Giustizia Robin Hod e… ASL Salerno). I condannati dovranno risarcire anche Giuseppe Mancoletti, compagno di stanza di Franco, contenuto anch’egli nonostante si fosse ricoverato spontaneamente. E’ stato anche stabilito il risarcimento danni per i familiari di Mastrogiovanni e per le parti civili da richiedere in sede civile.

Reazioni e silenzi assordanti

La sentenza – anche se tutti si aspettavano una condanna con qualche anno in più di reclusione – è stata accolta, tra le lacrime, favorevolmente dai familiari di Francesco Mastrogiovanni. Soddisfatti anche gli avvocati delle parti civili, delle Associazioni e i numerosi amici e compagni che, da tutta Italia, si sono recati a Vallo della Lucania per stare vicino alla famiglia dell’insegnante anarchico. Continuano nei loro storici silenzi i vertici dell’ASL di Salerno, la Chiesa di Vallo della Lucania, gli esponenti locali dei maggiori partiti, le associazioni per la vita sempre pronte a incatenarsi contro la corretta applicazione di alcune leggi dello Stato come quelle sul divorzio e sull’aborto o contro le coraggiose scelte di Piergiorgio Welby e Luca Coscioni.
Angelo Pagliaro

Le fasi principali della vicenda Mastrogiovanni

Ore 23.30 del 30 luglio 2009

Il tenente dei vigili urbani di Pollica, Graziano Lamanna afferma di aver ricevuto una telefonata dal Sindaco, Angelo Vassallo, che gli chiede di recarsi sull’isola pedonale di Acciaroli perché un automobilista sta creando problemi e bisogna fare un TSO.
Mastrogiovanni non viene nè fermato, né multato, né sottoposto a TSO e non accade nessuna strage di pedoni.

Ore 8.30 del 31 luglio

Lo stesso vigile, alle ore 8.30 del 31 luglio, vede passare di nuovo Mastrogiovanni alla guida della sua Fiat Punto e nota, guardandolo a distanza, che ha lo sguardo assente. Chiama i carabinieri e inizia l’inseguimento sulla litorale fino a S.Mauro del Cilento dove Franco parcheggia e dopo aver raggiunto la spiaggia del villaggio turistico camping che lo ospita si tuffa in mare. Viene chiamata la capitaneria di porto che invia una motovedetta, Mastrogiovanni viene circondato da terra e da mare e la spiaggia si trasforma in un set cinematografico quasi si dovesse catturare Al Capone.

Ore 11.00 del 31 luglio

Mentre i medici accorsi in ambulanza, distanti da Franco una settantina di metri, certificano il suo stato di salute e il relativo stato di agitazione (chi non si sarebbe agitato in quella situazione?) il fuggitivo si arrende, sale sull’ambulanza e si lascia sedare. La dottoressa Di Matteo afferma che, arrivata sulla spiaggia, ha avuto i certificati regolarmente firmati dal sindaco di Pollica, altrimenti non avrebbe eseguito il TSO. Il medico però ignora che il tenente dei vigili del comune di Pollica, Graziano Lamanna, ha riferito, sotto giuramento, che il sindaco di Pollica, avvertito solo telefonicamente, non aveva visionato i certificati, anzi il TSO lo aveva ordinato la notte del 30 luglio senza l’avallo di alcun certificato medico. La dottoressa Di Matteo – a meno che non ignori la geografia del Cilento – non ci spiega come mai, operando sulla spiaggia del Comune di San Mauro Cilento, invece di rivolgersi al sindaco del Comune di San Mauro Cilento, per la convalida del TSO si sia rivolta al sindaco di Pollica. In questa gran confusione di ruoli prima di salire sull’ambulanza Francesco Mastrogiovanni si è rivolto alla sig.ra Licia Musto, proprietaria del villaggio e sua amica con queste parole: “Non mi fate portare a Vallo perché lì mi uccidono”.

Dalle 12.33 del 31 luglio alle 7.46 del 4 agosto 2009

Per la ricostruzione delle terribili 83 ore di sofferenza di Franco risultano decisive le immagini riprese dalle telecamere interne di videosorveglianza del reparto-lager. Appena giunto in camera Franco si siede, accavalla le gambe e consuma, in piena tranquillità, quello che sarà il suo ultimo pasto. A questo punto, stante lo stato di tranquillità, decade l’esigenza del TSO. Sarebbe bastato sottoporlo alle cure necessarie come uno dei tanti pazienti ricoverati in quell’ospedale per risolvere il problema. E invece viene nuovamente e pesantemente sedato, legato al letto mani e piedi, cateterizzato sin dal primo momento ( si prevede quindi che non si debba alzare per espletare autonomamente i più elementari bisogni fisiologici). Da questo momento non gli sarà dato più né da bere, né da mangiare, verrà deterso una sola volta e i suoi testicoli si macereranno. La sera del 3 agosto la nipote, Grazia Serra si reca all’ospedale con il fidanzato per far visita allo zio, rendersi conto del suo stato di salute e, visto che è stato portato in ospedale con un semplice costume da mare, chiedere di cosa avesse bisogno. Uno dei medici condannati impedisce alla coppia di visitare il parente dicendo loro che sta bene e che sta risposando. Mastrogiovanni muore alla 1.45 del 4 agosto 2009 ma i sanitari si accorgono del decesso solo sei ore dopo. Prontamente viene slegato, si chiede l’intervento del rianimatore e si effettua un elettrocardiogramma. Alla tragedia si aggiunge la farsa della telefonata, partita dall’ospedale, ai familiari di Giuseppe Mancoletti (compagno di stanza e di sventura di Franco) ai quali chiedono di “portare i panni”. Inefficienza, sciatteria, disinteresse, presunzione, ignoranza alcuni degli ingredienti di questa triste storia, accaduta nell’Italia repubblicana, in un Ospedale cosiddetto “civile” nell’anno 2009.

articolo a cura di A.P. Pubblicato su Umanità Nova

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