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La
salute mentale come questione nazionale ed europea
"se si vuole si può e se si può si deve"
Nel congresso UNASAM tenutosi alla fine del novembre scorso a Roma,
si sono confrontate alcune esperienze di "buone pratiche"
realizzatesi in questi anni in diverse realtà locali italiane, protagoniste
associazioni dei famigliari dei malati di mente in collaborazione
con servizi pubblici che si rifanno alla psichiatria di comunità.
L'incontro, a partire dalla relazione di Alain Topor, era centrato
sul tema della "recovery", cioè del miglioramento, della
ripresa, della guarigione e, non a caso, ha visto gli interventi
serrati dei pazienti, dei "matti" che hanno parlato dei
loro problemi e delle loro esperienze di vita.
A mio avviso, ciò ha costituito una grande positiva novità del congresso:
in Italia della follia hanno sempre parlato, ascoltati, prima gli
psichiatri fra di loro, poi gli amministratori, successivamente
le famiglie, ma mai prima d'ora i "matti". Del resto,
il movimento per la restituzione dei diritti di cittadinanza, il
dispiegarsi del lavoro di "empowerment", laddove e quando
questo si è realizzato, dovevano produrre tale risultato.
Esso significa la piena consapevolezza della posizione centrale
di chi sta male nella costruzione dei possibili, condivisi percorsi
di salute, insieme ai servizi ed alle comunità di riferimento. Con
quella di pazienti, è emersa la presenza di madri, sorelle, figlie,
cioè di donne consapevoli della propria competenza nell'assistenza,
del proprio sapere verificato in gruppo e nel rapporto con gli operatori
professionisti della salute mentale.
Si tratta certamente di punte avanzate, ma non isolate, capaci di
indicare linee di tendenza e sviluppi nel lavoro di salute mentale
di straordinario interesse. Rovesciando i termini della questione,
dal congresso UNASAM è emersa l'enormità dello spreco di risorse
e opportunità per la prevenzione, la ripresa, la guarigione e il
benessere che si produce quando i servizi pubblici sono o troppo
poveri o troppo arroccati nelle proprie culture specialistiche e
professionali. Ciò significa che già oggi, con le risorse dispiegate,
sarebbe possibile fare molto di più, solo che si rafforzassero le
collaborazioni fra servizi e famiglie nel rispetto della dignità
di chi sta male perché soffre di un disturbo mentale, specie quando
questo è grave.
Sono state denunciate anche situazioni pesanti e di vera controriforma
in molte regioni governate sia dal centro-destra che dal centro-sinistra,
in particolare quella della regione Lazio che ha di recente finanziato
in modo spropositato il circuito neo-manicomiale delle cliniche
private a danno dei Dipartimenti di salute mentale.
Il federalismo, come si sta realizzando in Italia, obbliga anche
le associazioni delle famiglie a mettere a punto modi adeguati della
propria presenza e capacità operativa per riuscire a interloquire
presso le 21 regioni e i 21 sistemi sanitari.
Quella della salute mentale resta però, comunque, questione nazionale
e dovrà diventare questione europea. I percorsi attraverso cui queste
esigenze riusciranno, speriamo positivamente, a snodarsi sono quindi
nelle mani di associazioni come l'UNASAM, ma anche in quelle della
politica, dal governo e dal Parlamento nazionale alle Regioni, alle
aziende Sanitarie, ai Comuni.
Luigi Benevelli
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